Briganti e Brigantaggio

Banda CiardulloOperando per tagli diacronici, il fenomeno del Brigantaggio a Campagna è inseribile tra gli anni 1861 e 1869, per quanto se ne ebbe qualche strascico fino al 1871.
Inizialmente l’organizzazione del Brigantaggio fu opera di ricchi conservatori che provvidero anche al sostentamento economico e politico dell’organizzazione. Tra i conservatori più in vista citiamo i nomi del Cav. Federico Vernieri e di Domenico Copeti. Inevitabilmente, da questo triste capitolo della storia campagnese (ma non solo) alcune famiglie ne uscirono sconfitte, altre rovinate, altre emersero dal nulla ed acquisirono molta importanza. Le cause che avvicinarono le masse contadine al Brigantaggio erano le stesse che infiammavano gli animi di tutto il Meridione: miseria, fame, crudeltà. Le classi più umili in svariate occasioni cercarono di far ricadere tutta la responsabilità del fenomeno sui ricchi proprietari; i nobili (che come abbiamo visto non erano del tutto estranei al fenomeno), furono indicati come gli unici responsabili di tante crudeltà:  “A  Campagna prevalse l’elemento facinoroso e sovvertitore. Gli uomini del ceppo plebeo, che non capivano la «questione sociale», assaltavano con veemenza l’alta borghesia e la dura nobiltà” .

Le Autorità di Polizia si trovarono spesso a non sapere esattamente come muoversi, e ricorsero ad arresti di massa che colpirono anche persone non direttamente coinvolte. Grazie al denaro proveniente da Roma, mandato dal Re di Napoli Francesco II esule a Gaeta, tramite l’ebolitano Pietro Lauria, il Copeti iniziò ad organizzare la “compagnia brigantesca” che assunse il nome di “compagnia politica”. Copeti assunse una grandissima visibilità e divenne in pochissimo tempo il più ricco proprietario della zona.

Un altro personaggio di spicco dell’epoca a Campagna fu Vincenzino Castagna, nobile campagnese, a capo del “partito d’azione”. Era proprio a casa sua, a Casalnuovo, che si trovava quella che fu definita “l’officina del brigantaggio”. In quella casa, al primo piano, alloggiavano sempre o un ufficiale o un comandante di piazza. L’operato losco del Castagna era quindi occultato dalla presenza dei funzionari. Bisogna inoltre ricordare che vicino Campagna c’era un porto franco per i Briganti, ossia la città di Eboli. Ad Eboli i Briganti si rifornivano di ogni cosa, entravano ed uscivano indisturbati dalle botteghe di generi alimentari. Addirittura l’incuria del delegato allora in carica Gaeta e dei carabinieri era tale che i briganti riuscivano a stipulare anche atti notarili del tutto indisturbatamente. Al sostentamento dei briganti ci pensavano, quando era possibile, le rispettive famiglie. Altrimenti i briganti si procuravano vino, tabacco, capre, pecore e pane caldo ricattando contadini e possidenti, che pur di non vedere distrutte le proprie masserie o case, cedevano ai ricatti.

Nel 1865 da Salerno fu decretato per Campagna “il regno del terrore” e furono condannate o arrestate circa 400 persone tra cui numerosi nobili. Questo anche grazie al sottoprefetto Lipari e il Delegato Lucchesi.  La legge Pica perse validità il 31 dicembre del 1865 e quindi, nel luglio del 1866 l’Assise di Salerno emise sentenza assolutoria per tutti. Domenico Copeti riuscì ad evitare anche il processo, fuggendo a Napoli e rendendosi irreperibile. Pur condannato infatti, “non varcò le patrie galere nemmeno per un giorno”.  Ma se fu condannata sia gente onesta che briganti la colpa non fu solo della plebe campagnese che accusava i nobili in quanto tali e non sempre sulla base di un effettivo coinvolgimento, quanto soprattutto del governo, che non fu in grado di istituire un buon corpo di funzionari. “I militari, anziché inveire contro i veri rei, moltiplicavano le vessazioni contro i pacifici cittadini. E i veri rei erano quelli che, con e dopo il Brigantaggio, passarono dalle stamberghe ai palazzi” . Gli innocenti furono condannati, mentre rei furono risparmiati o puniti lievemente in rapporto ai loro misfatti.

Il numero delle bande operanti sul suolo campagnese è difficile da accertare con precisione, c’erano gruppi di delinquenti e ladri comuni che furono erroneamente accomunati ai briganti. Possiamo comunque citare:

  • Antonio Di Maio, carbonaio di Montella, con la sua banda. Di Maio fu però tradito, derubato di tutti i suoi averi e decapitato.
  • Antonio Maratea, alias Giardullo, della cui banda facevano parte anche gli avanzi dell’ucciso Di Maio.
  • Giovanni Marcantuono e la sua banda. Anch’egli, come il Di Maio, fu tradito e ucciso.
  • La banda di Liberato Latronico.
  • La banda di Cerino, secondo gli storici solo di passaggio a Campagna.
  • La banda di Giardulo, detto Centrella. Si trattava di un povero contadino di scarsa importanza.
  • La banda di Matteo Gonnella.
  • La banda di Pasquale Riccio, di Serino, il più feroce tra i briganti che infestavano i nostri monti.
  • Il gruppo di Rosario Bocchile e Angiolo Scannapieco.

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